lontano_lontano: (Kingdom for a heart)
[personal profile] lontano_lontano
Titolo: Kingdom for a heart - V capitolo
Fandom: Axis Powers Hetalia
Personaggi: Feliciano (Italia), Ludwig (Germania), Alfred (America), Matthew (Canada), Arthur (Inghilterra), Gilbert (Prussia), Francis (Francia), Antonio (Spagna), Lovino (Romano), Belle (Belgio), Hendrik (Olanda)*, Roderich (Austria), Elizabet (Ungheria), altri che compariranno qui e là, OCs, più un assortimento vario di draghi, grifoni e orsi bianchi.
Pairings: Germania/Italia, Spagna/Romano, Inghilterra/America, Francia/Inghilterra, Francia/Canada, Francia/chiunque, Ungheria/Austria, accenni di Prussia/Ungheria, e altri. Hima li fa, io li accoppio.
Rating: verde come un prato di pratoline per i primi capitoli, ma si farà giallo/rosso man mano che la storia procede.
Genere: fantasy, avventura, romantico.
Avvertimenti: AU, molto AU; creature mitologiche, magie più o meno sensate, OOC pesante (ma richiesto dalla trama), angst e violenza, inciuci, linguaggio colorito di Lovino, Feliciano nudo, Francis nelle mutande di tutti ed altre amenità. Oh, e la mia lentezza nello scrivere.
Trama:
Il principe Feliciano è stato condotto via da Antonio (generale dell'esercito del Regno del Sole), che l'ha allontanato dalla capitale per salvarlo da una congiura di palazzo rivelatagli dal maggiore degli eredi al trono, Lovino. Mentre i due sono in viaggio verso un posto sicuro, vengono attaccati da quelli che si rivelano essere soldati del Regno. Antonio rimane ad affrontarli per consentire a Feliciano di fuggire. Completamente sperduto nei boschi, il principe una notte si imbatte in Ludwig, un guerriero solitario, e in Matthew, un viaggiatore che ha perso i suoi compagni di avventura - o meglio, che è stato perso da essi. Il principe apprende quindi di aver ormai attraversato il confine con il regno vicino, le Lande del Reno, e disperato racconta la sua storia ai due sconosciuti, che, mossi a compassione, si offrono di accompagnarlo fino alla piccola città di Rothenburg, ad appena fue giorni di cammino. Nel frattempo, Antonio si ritrova prigioniero di due commercianti che, credendolo un criminale, vogliono consegnarlo alle guardie, nella Capitale del Regno del Sole, per ottenere una lauta ricompensa.


Disclaimer: i personaggi sono di Himaruya e io non traggo alcun profitto da tutto ciò.
Wordcount (fdp): 3995
Beta Reader: [info]yuki_delleran
Crediti e Note: vedi il prologo.


~*~


Capitolo V




Sotto la luce battente del mezzogiorno la Capitale del Regno del Sole scintillava, splendente del bianco dei marmi e del rosso delle tegole sui tetti.
Nonostante le imponenti mura che ne circondavano la parte centrale, già da lontano si poteva iniziare ad ammirare gli edifici imponenti che sorgevano sui colli attorno a cui era costruita la città.
Templi dalle spesse colonne, ville i cui tetti si intuivano appena in mezzo alle scure chiome dei cipressi e dei pini che ne riempivano i giardini. Sul colle più alto, poi, svettavano le guglie dorate del Palazzo Reale.

Il suo stile architettonico si differenziava in maniera netta da quello che invece caratterizzava il resto della città. Ciò era dovuto al fatto che uno dei sovrani del regno, dopo svariati viaggi e conquiste nel vicino Oriente, ne era rimasto così affascinato da decidere di far costruire il suo palazzo secondo lo stile straniero. Tutto questo era avvenuto... ah, Antonio non se lo ricordava.
Sospirò. Erano nozioni che aveva appreso troppo tempo prima per poterne rammentare i dettagli, ma ora che stava tentando di distrarsi dal guaio in cui era finito, la sua scarsa memoria non gli era d'aiuto.
Sapeva comunque che non avrebbe avuto bisogno di tenere occupata la mente ancora a lungo. Sempre rinchiuso nel retro del carretto, ormai più acciaccato per via degli scossoni e gli urti subiti durante il viaggio che non per le ferite infertegli durante il combattimento, Antonio poteva sentire il rumore degli zoccoli di altri cavalli ed il cigolio delle ruote di altri carri: la strada era affollata e ciò significava che si stavano avvicinando sempre di più ad una delle porte della città.
Voci, nitriti di cavalli – perlomeno, la pesante tenda che chiudeva il retro del carro impediva alla polvere della strada di filtrare all'interno. Era una giornata afosa, e nonostante Antonio fosse protetto dai raggi del sole a picco, non era tuttavia al riparo dalla calura.

Gli ultimi chilometri di percorso furono, se non altro, meno dissestati. La strada principale che conduceva alla porta della Capitale (su cui si erano immessi dopo giorni di strade sterrate e su cui, ad ogni minimo sasso, il carro sobbalzava impietosamente) era completamente lastricata e, nel tempo, le ruote dei carri aveva scavato piccoli solchi in cui la maggior parte dei trasporti poteva scivolare con poco attrito.
Proprio quando Antonio si stava ormai abituando al nuovo ritmo di viaggio ed al ticchettio regolare degli zoccoli dei cavalli, l'andatura rallentò e le voci, all'esterno, si fecero più forti e numerose, segno che dovevano ormai essere in prossimità della porta.
Antonio poteva quasi vederli, attorno a loro, i carri di merci e fieno, i contadini che conducevano mandrie e greggi, che si accalcavano per passare sotto il maestoso arco nelle mura cittadine. Sentì un tuffo al cuore – rientrare nella sua stessa città legato e prigioniero! Di una cosa si sentiva colpevole, però, certo: di non essere riuscito a proteggere a dovere sua maestà il principe.
Ah, doveva riuscire a trovare Lovino; ma per farlo, naturalmente, sarebbe dovuto riuscire a sfuggire, in qualche modo, alla cattività.
Fino a quel momento era stato troppo debole per decidere di tentare la sorte e scappare dai due mercanti durante il viaggio. Solo, appiedato e senza armi, difficilmente sarebbe riuscito a raggiungere la città se non in tempi troppo lunghi. Perché, quindi, non approfittare del passaggio su un carro (anche se scomodo) e delle cure di una signorina così gentile e graziosa?
Il generale confidava nel fatto che le guardie cittadine (non le conosceva, forse?) gli avrebbero lasciato, per disattenzione, qualche occasione per svignarsela. Nascondersi, poi, non sarebbe stato un problema...
La luce insistente del primo pomeriggio lo investì quando qualcuno sollevò la tenda e lo afferrò per un braccio, costringendolo ad uscire all'esterno.
“Allora, è una faccia conosciuta oppure no?”
Hendrik lo teneva saldamente, della qual cosa Antonio era anche riconoscente perché, tirato fuori in malo modo dal carretto, aveva quasi rischiato di perdere l'equilibrio.
Il generale si ritrovò a fissare le facce perplesse e sorprese di due guardie, che tentavano di recuperare la serietà. Avevano tutta l'aria di voler chiedere al biondo un “ma questo dove diamine l'avete raccattato”, e però sapevano che questo avrebbe compromesso la loro credibilità.
“Sì. Sì, avevate ragione. E' un criminale ricercato, molto ricercato.” commentò una delle guardie, mentre l'altra afferrava Antonio per l'altro braccio.
Per un momento, Hendrik sembrò quasi riluttante a lasciarlo andare, ma alla fine abbandonò la presa.
“Quindi ci aspetta una bella ricompensa, dico bene?”
“Ah? Ma certo, certo. Se volete seguirmi...”
“Spero che si tratti di un bel po' di soldi, portarci dietro quel tipo ci è costato un bel po' di sforzi.”
Antonio fece una smorfia, mentre il soldato lo spingeva via fino ad entrare in una casupola di mattoni che sporgeva dal corpo delle mura.
All'interno, seduto ad un tavolo dove campeggiava un fiasco semivuoto di vino, stava assopita un'altra guardia.
“Svegliati Herakles, diamine. Guarda qua.”
Il soldato bruno si destò di soprassalto e alzò sul collega due pigri occhi verdi. Al di sotto dei riccioli arruffati che gli incorniciavano il volto abbronzato, anche lui esibì un'espressione parecchio sorpresa quando mise a fuoco il nuovo prigioniero. Se non altro, si disse Antonio, ora era sveglio.
“E' legato, portalo di sotto e rinchiudilo. Non farne parola a nessuno finché non torno con il capitano. Non ho idea di come abbia fatto a finire qui, e non voglio avere a che fare con questa storia più del necessario.” commentò la guardia.
L'altro si alzò, ancora apparentemente confuso, e si diresse verso il prigioniero. C'era una scala di legno che sbucava da una botola nel pavimento ed Antonio venne sospinto verso di essa. I gradini erano ripidi, ma l'uomo fece del suo meglio per non cadere. Era stanco di dover approfittare di chi lo teneva prigioniero per rimanere in piedi.
Sopra di loro, sentì distintamente il rumore dell'altra guardia che si allontanava e usciva dal presidio, chiudendo la porta. Finalmente soli.
Sentì l'altro che gli afferrava i polsi, ancora ben legati dietro la schiena. Avrebbe potuto voltarsi, colpirlo, metterlo fuori gioco ed utilizzare la sua spada per tagliare le corde... e filarsela, filarsela alla svelta.
Prima che potesse mettere in atto la prima della sequenza di azioni, però, gli giunse all'orecchio la voce cospiratrice dell'altro.
“Generale, è una sorpresa vederla qui. Temevamo che fosse morto.”
Mentre l'altro parlava, Antonio sentì la stretta delle corde attorno ai suoi polsi diminuire, e poi finalmente allentarsi del tutto. Si massaggiò la pelle escoriata con uno sguardo incuriosito.
“E tu saresti...?”
“Soldato Herakles Karpusi, al vostro servizio, signore.” rispose lui, anche se in un tono meno sollecito di quello che ci si sarebbe potuto aspettare da un soldato in un tale frangente. Magari era ancora un po' addormentato. “E fedele alla corona, naturalmente. Non potevamo crederci, quando hanno diffuso la notizia che siete fuggito rapendo il principe Feliciano.”
Antonio lo guardò con tanto d'occhi. “Io? Rapito il principe? Ma che cosa significa?! E il principe Lovino...?”
Herakles si strinse nelle spalle. “Nessuno lo vede più da almeno una settimana, sembra essersi rinchiuso nelle sue stanze. Le voci dicono che sia distrutto per quanto accaduto a voi ed al fratello.”
“E del principe Feliciano, che cosa-”
Non ci fu tempo, però, perché la porta sopra di loro sbatté ancora una volta. Herakles, sempre con molta flemma nonostante la situazione non consentisse ritardi, riannodò alla bell'e meglio le corde attorno alle mani di Antonio, e lo spinse – pur se con una certa gentilezza – in una delle piccole celle che riempivano il sotterraneo.
“Bel modo di ripagare la solerzia di uno straniero.”
Antonio sospirò di sollievo, riconoscendo la voce di Hendrik. Se non altro, non si trattava del famigerato capitano. Credeva di conoscere quasi tutti gli ufficiali, e non intendeva appurare di persona di quale si trattasse nel suo caso.
Un momento dopo, dalla botola nel soffitto basso apparvero le scarpe e l'orlo della gonna di Belle.
Antonio e Herakles si scambiarono uno sguardo fugace, proprio un momento prima che nel sotterraneo approdassero i due fratelli, scortati da un'altra guardia. Entrambi avevano le mani legate ed Hendrik, in particolare, esibiva un'espressione davvero adirata sul volto.
“La prossima volta dovresti davvero fidarti di me!” lo apostrofò Antonio scherzosamente.
Il biondo si voltò verso di lui con stizza, pronto a rispondergli per le rime, ma il generale approfittò del momento in cui l'altra guardia si era voltata per aprire la porta di una delle celle per mostrare all'uomo le sue mani libere. Gli occhi grigi di Hendrik tornarono improvvisamente di ghiaccio, e quando la guardia si voltò per portare dentro i suoi due nuovi prigionieri, ricevette un pesante calcio nel basso ventre.
A quel punto, Antonio uscì dalla cella e si affrettò a slegare Belle, che lo ringraziò con un sorriso.
La sfortunata guardia, boccheggiante a terra, venne quindi scaraventata e chiusa nella cella, mentre i tre ex-prigionieri scappavano di corsa su per le scale.
“He-Herakles... maledizione!” boccheggiò il soldato.
“Non erano legati bene, temo.” replicò tranquillo l'altro “Li inseguo!” fece, e corse anche lui su per le scale.
L'altra guardia lo osservò per un momento, prima di tornare a crollare sul pavimento della cella. Avrebbe anche potuto fermarsi a liberarlo, prima, pensò.


Prima di sparire nel labirinto di viuzze e strade che si diramavano dalla via principale, Antonio dovette afferrare Hendrik e Belle perché non corressero troppo in fretta, facendo perdere le proprie tracce ad Herakles.
La guardia li aveva però rincorsi con dedizione e, quando li vide rallentare, fece loro cenno di continuare a correre. Li raggiunse solo dopo un bel po', quando i fuggitivi si erano ormai infilati in un vicolo cieco, maleodorante e pieno di immondizia.
“Dovete nascondervi.” furono le sue prime parole, quando fu abbastanza vicino da poter parlare loro senza gridare.
“Nasconderci? Io rivoglio il mio carro e-”
Antonio si intromise prima che Hendrik decidesse che le guardie della città gli stavano tutte antipatiche senza distinzioni.
“Sarebbe un'ottima idea, si accettano suggerimenti riguardo al dove.” fece il generale, cercando di mostrare un sorriso conciliante.
“Conosco un posto dovete potrete rimanere fino a stasera. Non è distante, ma dovrete andarci da soli. Non possono vedermi con voi, ovviamente.”
Antonio annuì. Non gli era ancora chiaro chi fosse la guardia e perché li stesse aiutando, ma del resto non gli era molto chiaro nemmeno il perché doveva essere aiutato. Perché mai i soldati che aveva comandato fino a poco tempo fa lo volevano, ora, morto?
In quel caos, l'unica cosa che sapeva per certo era che doveva riuscire a raggiungere il principe Lovino e che la guardia che gli stava davanti sembrava l'unica persona che avrebbe in qualche modo potuto renderlo possibile.
I tre fuggitivi ascoltarono attentamente le istruzioni di Herakles mentre l'uomo spiegava loro, con fare pacato, come arrivare ad un certo bazar di quello che lui definì come una persona “non proprio simpatica”, ma di cui, almeno, avrebbero potuto fidarsi.
Alla fine, Herakles si frugò nella tunica al di sotto dell'armatura e sfilò dal collo una catenina d'argento, da cui pendeva una sottile sottile croce bianca, intagliata nell'avorio.
Fece tutto con estrema calma, ed Antonio, a cui venne consegnato il ciondolo, non poté non notare quanto Hendrik, alle sue spalle, sbuffasse di impazienza. Gli occhi verdi di Belle sorvegliavano, preoccupati, l'ingresso del vicolo, ma fortunatamente non arrivò nessuno.
“Mostrateglielo, e saprà per certo che vi mando io.” spiegò Herakles “Ci incontreremo di nuovo più tardi, stanotte. Oh, un'ultima cosa... travestitevi. Qualcuno potrebbe riconoscervi, generale, e quei due – Herakles indicò i fratelli – sono troppo facilmente identificabili come stranieri.”
In effetti, il biondo cenere non era il colore di capelli più comune, nella capitale.
I tre, rimasti soli nel vicolo, si guardarono in faccia per qualche tempo, finché Belle non prese a frugare nell'immondizia. Al sorriso di Antonio seguì immediatamente l'aria orripilata di Hendrik, ma i fuggitivi non sembravano avere alternative.

Fu così che, qualche tempo dopo, tre figure infagottate in una variopinta moltitudine di stracci fecero la loro comparsa nell'animata strada commerciale che era la loro meta. I lati erano ingombri di bancarelle di frutta e spezie, e in mezzo alla folla nessuno di curava di quelli che sembravano straccioni. Del resto, c'erano diversi altri mendicanti che si aggiravano per la via, e il massimo di attenzione che attirarono furono gli sguardi diffidenti dei mercanti, quando li vedevano avvicinarsi troppo alla merce.
Nessuno si curò di loro, quindi, quando, in fondo alla strada, sparirono oltre la soglia di un negozio le cui finestre erano coperte da tende colorate.
All'interno vennero accolti da una confortevole penombra; sembrava deserto, anche se era difficile esserne certi, visto che gli oggetti (vasi di ogni dimensione, tappeti, mobili dalle forme esotiche e comuni) erano disposti in maniera tale da creare una sorta di variopinto labirinto all'interno della stanza, di cui era impossibile indovinare le dimensioni.
L'aria era permeata dall'odore pungente delle spezie del mercato, sotto cui filtrava, meno acre, il profumo di un miscuglio di aromi soffici (legno, o incenso, forse – o più probabilmente un misto dei due). Non sembrava male, come nascondiglio, se solo...

“Ehi! Che ci fate nel mio negozio? Non c'è niente da rubare, chiaro?!”
Improvvisamente, da uno dei tanti passaggi tra le pile di mobili era comparso un uomo. Alto, era vestito in colori sgargianti e l'unica caratteristica del suo volto che i tre registrarono fu la sua barba nera e spinosa. Il resto del viso era coperto da una maschera intarsiata, da cui, tagliente, emergeva lo sguardo di occhi scuri e minacciosi.
“Non siamo quello che sembriamo!” fece Antonio tutto giulivo, abbassando il cappuccio del mantello improvvisato.
“La vostra puzza non sembra, però.” rispose l'altro, sarcastico, tirando fuori dalla cintura un pugnale dalla lama ricurva. Le gemme dell'impugnatura brillavano fioche nella luce dei pochi raggi di sole che filtravano attraverso gli spessi tendaggi. Quello del mercante sembrava un mestiere che pagava, pensò il generale, mentre alzava le mani.
Avevano tentato di travestirsi in modo convincente, no? Sul momento, vestirsi di cenci provenienti dalla spazzatura era sembrata una buona idea per risultare credibili. O così aveva assicurato ad Hendrik.
“L'olezzo era un fattore essenziale per la buona riuscita del travestimento.” spiegò Antonio “Voi siete il signor Adnan, presumo?”
Nessuna risposta ma, se non altro, la lama non lo colpì. Così, Antonio decise che doveva trattarsi di un sì.
“Siamo stati mandati qui da un vostro amico... Herakles?”
“Ma davvero?” sotto la maschera d'avorio, il generale immaginò un paio di sopracciglia nere ed aggrottate. Il tono di voce era scettico, ma l'altro sembrava disposto ad ascoltarlo.
Con gesti lenti, Antonio esibì la piccola croce bianca. Dopo un attimo di incertezza, il mercante mise via il pugnale.
“Va bene.” sospirò “Sentite, non voglio sapere né chi siete né che cosa avete fatto, chiaro?”
“Sembra che nessuno voglia avere niente a che fare con questa faccenda.” sbuffò Hendrik.
“Esatto, e siate grati se non vi ricaccio in strada seduta stante.” puntualizzò Sadiq, il cui tono di voce si proponeva di ricordare ai presenti che era ancora armato.
“Il signor Herakles ci ha detto che avremmo dovuto nasconderci qui.” intervenne a quel punto Belle, affrettandosi prima che la discussione degenerasse e tentando di esibire un tono conciliante.
“Nascondervi qui, eh?”
“Il signor Herakles ha detto che ci saremmo incontrati di nuovo stasera.” rispose lei.
L'altro annuì, prendendosi il mento tra le mani. “Fino a stasera, eh?”
Sbuffò, poi un ghigno un po' storto (che i presenti si chiesero se avrebbero dovuto interpretare come benvenuto) gli si disegnò sulla parte visibile del viso.
“Va bene, purché vi togliate quei cenci puzzolenti e li restituiate alla spazzatura dove li avete presi. Benvenuti nel bazar di Sadiq!”

Del bazar non videro granché, però, perché finirono quasi immediatamente confinati nella cantina dello stesso, in mezzo grosse casse ancora chiuse di merce sconosciuta, vecchi mobili accatastati e chincaglieria varia. Era tutto così pressato contro le pareti che sfilare anche solo un lembo di stoffa dall'ammasso l'avrebbe probabilmente fatto crollare.
Nella luce fioca che proveniva da una piccola finestra appena sotto il soffitto, Belle lasciò la presa su quello che sembrava l'angolo di uno scialle frangiato (ma poteva anche essere una tovaglia o una tenda) per accovacciarsi accanto a suo fratello.
Antonio si era sdraiato a pancia in su sopra una pila di vecchi tappeti polverosi. Il torace ed il fianco gli dolevano per via della corsa e dell'agitazione, e sapeva di dover approfittare di ogni minimo momento di riposo che poteva concedersi. Quando Hendrik accese la pipa per passare il tempo (e coprire l'odore di polvere e spezie che stagnava nella cantina), però, il generale si voltò dall'altra parte.
“Potresti evitare di fumare questa roba qua dentro.” fece asciutta Belle, indicando l'ambiente angusto in cui si trovavano ed Antonio, che non sembrava gradire l'odore del tabacco.
“Ah sì? E che cosa dovrei fare, allora? Oh, lo so io cosa dovrei fare! Dovremmo riprenderci i nostri stracci ed andarcene da questo letamaio di città! Se solo sapessimo come recuperare il carro, dannazione!” la voce di Hendrik conteneva una malcelata rassegnazione. Non potevano andarsene, senza il loro carro.
“Non sarebbe una buona idea.” Antonio si tirò su a fatica “Come ha detto Herakles, siete troppo riconoscibili come stranieri. Conoscendoli, le guardie alle porta ora staranno esaminando tutti quelli che cercano di uscire dalla città.”
“Be', meraviglioso. Tanto vale che ci mettiamo comodi qui, allora.” Hendrik roteò gli occhi, appoggiandosi di peso ad una pila di cesti.
Dalla cima della pila, uno dei cesti ondeggiò e gli piombò intesta, e di conseguenza la pipa cadde sul pavimento, spargendo intorno il tabacco. Mentre il biondo lo raccoglieva masticando delle imprecazioni, Belle e Antonio soffocarono una risatina.
“Tu dovresti essere l'ultimo a trovarlo divertente, signor generale!” fece, agitando la pipa verso di lui con fare minaccioso.
“Ci deve essere un modo per uscire dalla città, comunque.” si intromise Belle, con il tono pratico di chi vuole impedire che la discussione degeneri in rissa e riportare l'attenzione degli astanti a problemi più concreti. “Voglio dire, tre persone dovrebbero riuscire a...”
“Due.” la corresse a denti stretti Hendrik.
“Quattro.” la corresse giulivo Antonio.
“Quattro?” i due biondi lo guardarono perplessi.
“Be', se devo andarmene da questa città, lo farò portando con me il principe Lovino. Non prima di aver capito che cosa sta succedendo, naturalmente.”
Antonio sperava, segretamente, che la faccenda fosse una sorta di gigantesco malinteso – qualcosa che si sarebbe potuto facilmente risolvere a parole, una volta che lui fosse arrivato a palazzo ed avesse potuto scambiare due parole con le persone giuste. Sapeva anche che, però, le probabilità che fosse tutto così semplice erano così irrisorie da risultare praticamente inesistenti.
Comunque, potevano fare e scoprire ben poco, finché erano confinati in quella cantina. Potevano solo aspettare e sperare che Herakles arrivasse in fretta a illuminarli sul loro destino.
Così, aspettarono, ed Antonio, nonostante la polvere ed il tabacco, riuscì perfino a schiacciare un pisolino.


~*~


Il sole tramontò. Da qualche parte, molto più a nord, oltre le vette che fungevano da confine tra il Regno del Sole e l'Impero, c'era qualcun altro che si era seduto ad aspettare – non in una cantina, però, ma davanti alle braci di un piccolo falò.
Si era affrettato a spegnere il fuoco, non appena i suoi due compagni di viaggio erano spariti nella tenda per dormire: Ludwig non voleva attirare su di loro attenzioni indesiderate. Stava di guardia, quindi, e nel frattempo cercava di elaborare un piano.
Si trovavano nei territori di suo cugino Roderich, che amministrava la parte meridionale dei territori dell'Impero. Il castello dove risiedeva si trovava parecchio ad est, rispetto a Rothenburg, ma pochi giorni di volo sarebbero stati sufficienti per recapitargli un messaggio e ricevere una risposta... o ricevere Roderich in persona, forse. Non che suo cugino fosse un uomo d'azione, anzi, decisamente l'opposto, rifletté Ludwig, tuttavia, era il più vicino e l'unico che avrebbe potuto aiutarli velocemente. La capitale e suo padre erano a nord, troppo distanti, e suo fratello maggiore... be', non aveva idea di dove potesse essere. Gilbert aveva sempre avuto l'abitudine di sparire nel nulla per tempi anche lunghi, con conseguente riprovazione del padre. Ah, quanti grattacapi...
A proposito di grattacapi, Ludwig si irrigidì un momento nell'udire un trambusto alle sue spalle. Si rilassò subito, però, quando riconobbe il passo incerto di Feliciano.
“Credevo dormissi.” disse Ludwig quietamente.
Feliciano si sedette pesantemente di fianco a lui. “Un ragno si è messo a camminarmi sul naso. Era grosso così!” fece il principe, tenendo le punte di indice e pollice staccate l'una dall'altra in maniera significativa.
“Un vero mostro.” commentò Ludwig, asciutto.
Feliciano poggiò la testa sulle ginocchia, sconsolato. Dopo l'esplosione di gratitudine che aveva seguito lo scontro, il principe si era mantenuto, strano a dirsi, silenzioso e mesto per tutto il percorso.
“Sono preoccupato per mio fratello.”
Ludwig rimase in silenzio per un po'. Non sapeva che dire, perché detestava parlare a vuoto, e perché al momento non c'era nulla di concreto che potesse fare.
“Anch'io ho un fratello più grande. E a volte mi fa preoccupare.” disse, nel disperato tentativo di distrarre l'altro.
“Oh? Aspetta, Gilbert, vero?” Feliciano si impensierì, mentre faceva mente locale. “Ma certo! Aveva accompagnato vostro padre in una visita alla nostra corte, qualche anno fa. Non avrei mai potuto indovinare che foste fratelli!” ridacchiò. In effetti, da quel che ricordava del principe Gilbert, riusciva a stento a credere che lui e Ludwig fossero imparentati. Certo, anche lui e Lovino erano differenti nel carattere, ma se non altro si somigliavano parecchio. Gilbert e Ludwig, invece, sembravano diversi come il giorno e la notte.
“Ricordo che ad un certo punto si erano messi a discutere... ve...” fece Feliciano, tamburellandosi con i polpastrelli sul labbro inferiore.
O meglio, Lovino si era arrabbiato per qualcosa che l'altro aveva detto. O forse non era stato nemmeno quello, il motivo. Aveva un temperamento un po' focoso, suo fratello, e Feliciano non era sicuro che i suoi scoppi d'ira avessero sempre bisogno di una causa scatenante per, be', scatenarsi.
“Mio fratello ha un carattere incostante, a volte.” disse Ludwig prudentemente, chiedendosi che cosa fosse accaduto quella volta, e sperando che non si trattasse di nulla di imbarazzante.
Feliciano gli sorrise, e Ludwig sentì un piccolo tuffo al cuore. Se non altro, sembrava avergli tirato su il morale.
“C'è un tempio a Rothenburg, vero?”
“Un tempio? Credo di sì.” la risposta fu un po' impacciata – non era molto ferrato, Ludwig, a proposito di templi.
“Non appena arriveremo, andrò a pregare gli dei perché veglino su mio fratello.” disse Feliciano, con voce di nuovo seria.
Ludwig sollevò un sopracciglio. “Se gli dei vogliono vegliare su di lui, mi auguro che lo stiano già facendo.”
Feliciano lo guardò spaventato, e Ludwig si pentì del cinismo della sua ultima frase. “Quello che intendevo è che... insomma, sono certo che stiano già vegliando su di lui, anche se tu non li preghi di farlo.” si affrettò a spiegare.
L'altro sospirò. “E' vero. Ma chiederglielo esplicitamente mi fa sentire un po' più utile.”
Ludwig si scoprì a dargli qualche goffa pacca sulla spalla.
“Su, su. C'è una cosa molto utile che puoi fare, adesso, ed è tornare a dormire nella tenda.” gli disse, quasi nel tono di un burbero rimprovero. Feliciano annuì, soffocando uno sbadiglio.
“Lo scontro di oggi ci ha fatto perdere tempo, domani dobbiamo camminare veloci, se vogliamo arrivare a Rothenburg prima del tramonto, e...”
...e Feliciano si era addormentato usando la sua spalla come cuscino.
Ludwig sentì un altro, antipatico tuffo al cuore, subito camuffato da uno stizzito nervosismo. Seriamente, il principe non aveva idea di come comportarsi...!
Brontolando tra sé e sé, lo sollevò e lo riportò nella tenda. Se solo il principe Feliciano non fosse sembrato così imbelle e indifeso! La situazione era già abbastanza brutta, senza che si dovesse aggiungere il fatto che il diretto interessato non sembrava in grado di fare del male nemmeno ad una mosca, nemmeno per difendersi. Se si fosse trattato di qualcuno che sapeva badare a se stesso, Ludwig non si sarebbe sentito così responsabile, così coinvolto.
A disagio per le implicazioni che quell'ultimo pensiero sembrava comportare, il biondo smosse le ceneri ormai fredde del fuoco con la punta dello stivale, concentrandosi sui rumori provenienti dall'ambiente circostante. Era innanzitutto un guerriero ed un principe dell'Impero, e avrebbe aiutato l'altro perché glielo richiedeva la sua posizione, ecco.
Dovere.
Era una bella parola, dovere: avere dei doveri comportava la certezza delle azioni. La vita diventava più semplice, in un certo senso. Ed ora era sua dovere sorvegliare la tenda ed accertarsi che non si avvicinasse nessuno, continuò a ripetersi Ludwig mentre la notte diventava più buia, ed il sorriso di Feliciano compariva qui e là a tenergli compagnia durante la lunga veglia.




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