E poi...

Aug. 4th, 2013 09:13 pm
lontano_lontano: (macchina di scrivere)
[personal profile] lontano_lontano
Titolo: E poi...
Fandom: AP Hetalia
Personaggi: Feliciano, Ludwig, Lovino, Gilbert, altri
Rating: verde
Conteggio parole: 2052 (fdp)
Genere: commedia
Avvertenze: nessuna
Riassunto: una famiglia tedesca viene a passare qualche settimana di mare in riviera.
Note: scritta per la seconda settimana del COW-T 3.5 @ [livejournal.com profile] maridichallenge, squadra Maghi, Sfida 3, prompt: poi. Also, postare poco prima della mezzanotte è il male.


Agosto, riviera romagnola. Sì, esatto, ce l'avete bene in mente: quel carnaio sconfinato, dove ogni decina di metri sul bagnasciuga si trova il candidato ideale a riempire quella niccha biologica, solitamente chiamato “anello mancante della catena evolutiva”.
Come da copione, il caldo è torrido, il cielo di un blu crudele, il mare un po' meno blu, per via di tutte le alghe e le altre schifezze che le ondate di alta marea e quelle di bagnanti, come sempre, comportano.
Nonostante tutto, la spiaggia è affollatissima. Questa folla, pur formata da innumerevoli soggetti umani, presenta sempre le stesse tipologie ricorrenti: una possibile categorizzazione è quella in base al grado di abbronzatura; il grado più basso è quello generalmente denominato “mozzarella”.
Ed eccola lì, un'allegra famigliola che fa onore a tale qualifica: non occorre mai cercare a lungo (se poi si spulciano i cognomi sulle targhette degli ombrelloni fino a trovarne uno tipicamente d'oltralpe, basta appostarsi lì fino al loro arrivo e non si rimarrà delusi).
I nostri soggetti incarnano lo stereotipo dei turisti tedeschi appena arrivati: carnagione lattea (resa ancora più bianca dall'abbondante strato di crema solare), capelli biondi, primi accenni di rossore causato dal sole su viso e spalle. Almeno hanno lasciato i calzini in valigia e sono scesi in spiaggia indossando solo i sandali.
La madre, dal fisico solido ma non grassa, si è unita al lettino in un felice connubio che vede, come terzo elemento da menage a trois, una rivista di gossip.
Il figlio grande, un sedicenne albino alto e magro che è saltato subito fuori dalla sua maglietta per andare a buttarsi in acqua, è il tipo da riuscire a fare immediatamente amicizia con gli altri coetanei della spiaggia, complici un pallone ed il fatto che gli improvvisati compagni sono, a loro volta, stranieri.
Il padre è il più caratteristico di tutti: capelli biondi e lunghi, sguardo corrucciato che scruta il mare da sotto il riparo dell'ombrellone, sembra un'amazzone al maschile. Data la stazza, oscura e fa ombra al figlio più piccolo, rintanato su una sdraio a leggere, il viso paffuto ben nascosto tra libro ed occhiali. E' un ragazzino tondo, che sopra il costume indossa una t-shirt (troppo grande) dell'Oktoberfest ed ha l'aria di chi il mare non vuole toccarlo nemmeno con la punta del piede, ben contento di rimanere all'ombra del suo romanzo.

Verso mezzogiorno, quando la famiglia Weilschmidt è allegramente riunita sotto l'ombrellone per far onore ai suoi bravi panini, estratti freschi freschi dalla borsa frigo, fanno il loro ingresso i vicini di ombrellone. Questi hanno l'aria di essersi appena svegliati e di aver finito or ora la colazione.
“Allora, mi raccomando, ancora per un'oretta niente bagno, va bene?” si raccomanda il padre, un marcantonio alto ed abbronzato, che immediatamente affonda su una sdraio a leggersi la Gazzetta dello sport.
I figli sono due, un'età media di 10 anni, già neri come il carbone. Il più grandicello è magro ed ha l'aria da teppista, il minore è un po' più tondo e ha una faccia tranquilla, da bonaccione. Mentre tira fuori il suo secchiello dal borsone da spiaggia, osserva come affascinato la tribù nordica che consuma il pasto a pochi centimetri da lui.
“Guarda, Felicia', guarda quello! Ha più peli sulla schiena che sulla testa, ma com'è possibile?” commenta con un ghigno cattivo il maggiore, Lovino, osservando passare un signore che con ogni probabilità è arrivato in finale durante il concorso per il già citato titolo di “anello mancante della catena evolutiva”.
Ma Feliciano, il fratellino, è molto più interessato a quegli dei biondi e pallidi che stanno ora consumando un enorme pacchetto di orsetti gommosi.
Il maggiore dei Weilschmidt, che l'ha individuato già da un po', gli fa un sorriso sghembo e gliene offre uno. Feliciano lo guarda un po' timoroso, poi gli fa un sorrisone e prende la caramella.
“Grazie.” dice, con pezzetti di orsetto che gli si attaccano ancora ai denti.
Lovino, che sta osservando la scena a braccia conserte sul petto, evidentemente disapprovando, scuote la testa.
“Non capiscono l'italiano, scemo.” gli dice.
Il ragazzo albino offre una caramella anche a lui e Lovino la prende con una certa circospezione.
“Tenchiù.” è quello che, più o meno, gli esce in risposta. L'altro si mette a ridere, e Lovino ha la sgradevole sensazione che, ai suoi occhi, lui ed il fratello siano un paio di scimmiette a cui sta elargendo noccioline.
Nel frattempo, il padre è emerso da dietro il suo giornale.
“Feliciano, perché non ti presenti? Dai che sei bravo, in inglese!” fa, tutto raggiante, con grandi sorrisi verso i tedeschi.
Preso un po' di coraggio, Feliciano si fa avanti a sua volta.
“Mainéimis Feliciano.” sputa fuori tutto d'un fiato.
Di nuovo, la famiglia dalla pelle chiara ride. Parlottano tra loro e fanno spazio al più giovane a cui, evidentemente, tocca in sorte lo stesso, sgradevole compito di mostrare al mondo i primi rudimenti di inglese. Sembra poco disposto a farlo (oppure, nonostante non si sia mai allontanato dall'ombrellone, è così rosso in viso per via del sole), ma gli tocca comunque.
“My name is Ludwig.”
Ecco, forse Ludwig ha un voto un po' più alto di Feliciano, in inglese. Il padre italiano, però, sembra deliziato dalla scoperta.
“Hai visto che c'è un ragazzino della tua età? Chiedigli di giocare, dai!”
Questo trascende le doti linguistiche di Feliciano, evidentemente, ma, alla fin fine, ci sono altri modi per presentare una tale proposta. In questo caso, il bambino prende secchiello e palette e, con un sorrisone, indica il bagnasciuga.
Il suo gesto sembra incontrare il consenso unanime dei tre tedeschi più anziani. Il piccolo Ludwig viene quindi dotato di ampio cappello di paglia e spedito dietro a Feliciano, che se lo trascina appresso gesticolando di cose incomprensibili.
Il padre italiano, intanto, ha deciso che, nonostante le sue carenze inguistiche, deve provare a socializzare con i teutonici vicini di ombrellone. Quando il vocabolario lo abbandona, inizia a mimare la guida di una motocicletta per chiedere al capofamiglia tedesco se per caso non sia un centauro (che è poi l'unico modo in cui possano spiegarsi quei capelli lunghi e quei bicipiti da palestra).
Quello è anche il punto in cui, disgustato, Lovino decide di abbandonare il genitore.

In riva al mare, Ludwig non è particolarmente comunicativo, ma collabora attivamente alla costruzione di un creativo castello di sabbia che, dati i tutti i ghirigori e le conchiglie aggiunti da Feliciano, sembra più una torta nuziale. Quest'ultimo, che, vista la poca reattività dell'altro, ha finito di blaterare a casaccio, ora è tutto concentrato sul risultato.
Lovino li osserva in silenzio a distanza. Si ritiene troppo grande fare i castelli di sabbia, ma il fatto che il fratellino stia giocando con qualcun altro lo fa ingelosire.
“Vuoi venire anche tu?” gli chiede Feliciano ad un certo punto, ma l'altro scuote la testa e fa il broncio.
Dopo un po', però, decide di andare a tormentarli.
“Il tuo cappello è ridicolo.” dice a Ludwig, accovacciandosi accanto a lui.
Ludwig capisce solo vagamente che l'italiano ce l'ha con lui, ma decide di ignorarlo.
“Lovino, sei scortese!” protesta il fratello.
Lui fa spallucce e poi si appropria del cappello di paglia del tedesco, sollevandoselo ben in alto sopra la testa così che l'altro non riesca a prenderlo, perché non ci arriva. Ludwig è tutto rosso, in viso, ma mantiene un'espressione oltraggiata e decisa, mentre protende le dita paffute verso il suo povero copricapo.
“Ridaglielo!” insiste Feliciano, che cerca di aiutare il nuovo amico, ma che, come lui, è ancora troppo basso.
Lovino risponde con smorfie divertite, ma improvvisamente il cappello gli è strappato dalle mani da qualuno più alto di lui.
“Non si fanno queste cose, amigo.” è il consiglio bonario di uno dei compari che Gilbert, l'albino, si è da poco fatto sulla spiaggia. Restituisce il cappello al tedesco, che a sua volta lo rimette sulla testa del fratellino con una pacca affettuosa.
Lovino gli fa una smorfia bruttissima. Ha già avuto la sfortuna di incontrare lo spagnolo nel campetto da calcio.
“Io e te abbiamo una rivincita in sospeso.” lo minaccia Lovino.
L'altro, viso abbronzato e occhioni verdi, annuisce vigorosamente. “Sì, vero! Ehi, voi siete in tre, noi siamo in tre. Facciamo due squadre?”
Lovino osserva i tre compari – lo spagnolo, il tedesco bianco come un lenzuolo, ed un biondo sorridente dai riccioli dorati legati in un codino. Tutti e tre decisamente più vecchi ed alti di lui. Il ragazzino ringhia. “Come no. Così potete approfittare delle gambe più lunghe. Siete dei vigliacchi a prendervela con i più piccoli!”
“Senti senti da che pulpito viene la predica!” commenta ridacchiando il biondo, che, nonostante l'accento strano, parla italiano, e poi traduce tutto in inglese al tedesco, che si mette a ridere.
I tre confabulano tra di loro e, alla fine, se ne vengono fuori con la proposta di una rivincita a calcetto.

Così, Ludwig viene trascinato dalla riva alla terrazza dello stabilimento. Lo spagnolo procura i gettoni e le palline e le due squadre si fronteggiano, ognuna dalla sua parte. Il tedeschino viene fatto giocare in porta, con un Lovino che lo guarda così male che, pur non parlando una sola parola d'italiano, ha già capito che non farà una bella fine se, per disgrazia, dovessero perdere.
Iniziano a giocare. I segnapunti si fanno concorrenza, ogni tanto sono in vantaggio i blu, ogni tanto i rossi. I calciatori di plastica roteano, parano, calciano, fanno goal. Alla fine, per poco, vince il trio dei più piccoli.
I tre ragazzi più anziani se la ridono, fingendosi sconsolati. Lovino, euforico, si mette a correre intorno a tutti gridando qualcosa come “la maggica vince sempre”, e Feliciano abbraccia Ludwig in un impeto di allegria e gratitudine per l'ottimo lavoro svolto in porta.
Ludwig, il viso color pomodoro nascosto dalle falde abbondanti del cappello di paglia, subisce senza dir nulla.

Queste settimane di agosto passano in una certa allegria. Ludwig, le cui braccia e gambe non sembrano conoscere tinte diverse dal rosso o dal bianco, non viene convinto a togliersi la maglietta, ma lui e Feliciano costruiscono ampie fortezze in riva al mare, sempre doviziosamente fotografate dai genitori, più che mai orgogliosi dei propri figli.


E poi l'estate finisce, i turisti rimontano in auto, in treno, in aereo, la spiaggia pian piano si svuota, i compiti per le vacanze vengono finiti in fretta e furia e si ritorna sui banchi un po' dappertutto.
Però ci sono stati scambi di indirizzi e numeri telefonici, viene mandata qualche cartolina, qualche email.
Poi il tempo passa, gli indirizzi si perdono. Finché un giorno di parecchi anni dopo, un Gilbert in erasmus in Spagna non ritrova una vecchia conoscenza. Qualcun altro viene rispescato su Facebook e, tanto per fare, si riesuma come meta di vacanze quella spiaggia dell'Adriatico dove ci si era conosciuti, un bel po' di tempo prima.
Più o meno obbligato da genitori (vai che il mare ti fa bene!), si accoda anche Ludwig, che adesso ha guadagnato parecchio in altezza ed ampiezza di spalle, e perso un bel po' (almeno in proporzione) dal girovita. Stavolta in spiaggia la maglietta se la toglie; ha sempre gli occhiali ed un libro davanti al naso, ma niente strambo cappello di paglia a coprirgli il viso ed i capelli biondi.
E poi, sempre verso mezzogiorno, sulla spiaggia compaiono due fratelli castani, già perfettamente abbronzati, che si mettono a giocare a pallone.
Riconoscono l'albino e poi, di conseguenza, tutti gli altri. Feliciano deve guardare due volte Ludwig prima di riconoscere il ragazzino timido e grassottello icontrato anni prima - o forse l'ha riconosciuto subito e vuole guardarlo di nuovo solo perché approva il cambiamento.
C'è ancora il vecchio calcetto, allo stabilimento; vengono prese le postazioni di una volta ma, oggi, la vittoria va alla squadra dei più vecchi.
Lovino si arrabbia e se la prende con Ludwig, che non è riuscito a fare un buon lavoro in porta. L'altro, paonazzo, non può evidentemente giustificarsi spiegandogli come suo fratello più giovane abbia passato il tempo a strusciarsi contro di lui – o almeno, questa è la sua impressione.
Poi arriva la sera, mangiano una pizza insieme, vanno a ballare, chiacchierano, ridono. Tra due di loro ci sono qualche sorriso e qualche rossore di più, ci sono dita che si sfiorano e sguardi che si incrociano sopra i bicchieri con cui brindano.
E poi succede che una notte, da qualche parte su quella sabbia fredda e umida, l'impacciato ragazzino biondo che si nasconde in quel corpo alto e muscoloso cresce ancora un po', tra le braccia di un adolescente italiano che, alla lingua inglese, preferisce ancora il linguaggio del corpo e degli sguardi.

Il resto è già, in un certo senso, storia.
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